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La Nouvelle Vague dei telefilm

I telefilm? Rappresentano la Nouvelle Vague. La tesi pubblicata su Telefilm Magazine, la più autorevole rivista dedicata alle serie tv. "Con i loro acuti autoriali raccontano splendidamente il malle de vivre".

 

I telefilm sono come la Nouvelle Vague. Anzi, SONO la nuova Nouvella Vague.

 

Dopo che Carlo Freccero su Link li ha innalzati sopra l'informazione e in antitesi dei moribondi reality-show, i telefilm conquistano un altro punto a loro favore dalle pagine del nuovo numero in edicola del Telefilm Magazine, la prima e la più autorevole rivista dedicata alle serie tv.

 

Nell'articolo a firma di Leo Damerini - autore del Dizionario dei Telefilm (Garzanti) - si parte da un episodio ben preciso: "C'è qualcosa di più che deve spingere al collezionismo della sacra puntata Diana Lubey di Nip/Tuck, il dodicesimo della quarta

stagione. Vi compaiono come d'incanto Catherine Deneuve e Jacqueline Bisset, un tempo volti internazionalmente riconosciuti della Nouvelle Vague francese, di cui quest'anno si celebrano i 50 anni (il termine venne coniato dal critico Françoise Giroud su L'Express il 3 ottobre 1957). Le due dive non avevano mai recitato prima sullo stesso set: neanche Truffaut c'era riuscito. Ma le due icone viventi, tirate a lucido in tutti i sensi, sono le veline perfette per annunciare la Nouvelle Vague degli anni 2000: quella dei telefilm. Sono le serie tv moderne, con i loro stacchi e acuti autoriali, a riaccendere quel Fuoco fatuo al centro del film-manifesto omonimo del 1963 di Louis Malle, cineasta che anche se non ha mai aderito ufficialmente al movimento raccontava quel malle de vivre proprio di molti telefilm attuali. Una nuova estetica di immagini e contenuti, l'uso di tecniche quasi dimenticate come il flashback, le telecamere a mano come quando sui set francesi comparve il Nagra, la videocamera leggera di 16mm che permetteva di girare con estrema facilità in esterni e avvicinarsi maggiormente alla realtà. E così JJ Abrams è il novello Jean Pierre Melville, con la sua scomposizione del thriller e la rottura della continuità come ne I senza nome (1970). L'esaltazione dei silenzi come punteggiatura fa di Ryan Murphy un seguace di Jean Luc Godard, così efficacemente didascalico nell'estetica dei sentimenti di Troy e McNamara, ma anche nel suo sottovalutato Correndo con le forbici al cinema. François Truffaut potrebbe cedere il testimone ad Aaron Sorkin non solo per Studio 60 on the Sunset Strip: l'Effetto Notte è garantito anche in West Wing (dove il set, non set, è la Stanza Ovale) o nell'antecedente Sports Night (il mondo sportivo sovrapposto a quello televisivo). Marc Cherry avrebbe potuto frequentare Claude Chabrol sia per i bozzetti delle Desperate Housewives, le quali sembrano perennemente ad un passo dal recente Il buio nella mente del regista francese oppure una derivazione corale de La sposa in nero di Truffaut, sia per le protagoniste tardone e sarcastiche di Cuori senza età. Alan Ball di Six Feet Under e David Chase de I Soprano rendono omaggio a Eric Rohmer e ai suoi Racconti morali, con i loro protagonisti posti di fronte ai bivi dell'anima. Il crudo romanticismo neorealista di Jacques Rivette, cantore de L'Amour fou nel 1967, il primo cineasta d'Oltralpe a credere nella dilatazione dei tempi e antesignano della serialità con il record di 12 ore per Out One (1970), scorre nelle vene degli autori di Grey's Anatomy, AllyMcBeal, Sex and the City... ovunque ci sia una coppia in travaglio, dove il desiderio è sinonimo di struggimenti profondi che vibrano nella testa e nel cuore. Alla Godard, Fino all'ultimo respiro".

 

 

Pubblicato il: 19 giugno 2007

Fonte: Telefilm Magazine